Intervista ImPossibile a Carl Gustav Jung (IIP #31)

L’inconscio artificiale L’intelligenza artificiale riapre una questione che riguarda il rapporto tra immagini e psiche. Le hanno sempre avuto una funzione attiva, orientano il modo in cui pensiamo, attribuiamo senso. Carl Gustav Jung ha costruito il suo lavoro partendo da questa consapevolezza. La sua idea di inconscio collettivo introduce una dimensione condivisa, attraversata da forme ricorrenti che precedono l’esperienza individuale. Gli archetipi sono strutture che organizzano il modo in cui percepiamo e interpretiamo il mondo. Nei sogni, nei miti, nelle narrazioni, queste forme riemergono e danno direzione ai processi interiori.

La sacralità come arma: dalla teologia dell'alleanza all'ideologia dell'espropriazione

Esiste un momento preciso in cui una tradizione religiosa smette di essere una struttura di senso e diventa uno strumento di potere. Il passaggio è raramente esplicito: procede per slittamenti successivi, per piccole sostituzioni lessicali, per riletture che mantengono intatta la superficie del testo sacro mentre ne alterano radicalmente la funzione. È un processo che ho imparato a riconoscere osservando le organizzazioni, dove il divario tra ciò che si dichiara e ciò che si pratica è spesso la variabile più informativa. Ma applicato alla tradizione teologica ebraica e al suo impiego da parte dell'attuale classe dirigente israeliana, questo divario assume proporzioni che riguardano direttamente la vita e la morte di intere popolazioni.

Il Bombo. Breve storia di un insetto aristotelico

Il bombo non sfida le leggi della fisica: le rispetta alla lettera, a 230 battiti alari al secondo. A sfidare qualcosa sono stati, semmai, i calcoli di un entomologo francese nel 1934 — sbagliati, poi corretti, e tuttavia immortalati nella leggenda. Partendo dallo smontaggio di un mito tenace, l'articolo arriva dove non ci si aspetta: alla coppia aristotelica di potenza e atto, alla priorità ontologica dell'atto sul possibile, e alla domanda su cosa significhi davvero guardare un fenomeno invece di dedurlo da un modello.

Bugonia e il mito della generazione spontanea

Quando il cinema ci ricorda l’errore più ostinato della modernità: pretendere vita da ciò che è già stato consumato. Un saggio che prende Bugonia come occasione per riflettere su uno dei miti più ostinati della modernità: l’idea che valore, qualità e persino eccellenza possano nascere da ciò che è già stato consumato. A partire dal simbolo della bugonia — la credenza antica delle api generate da una carcassa — l’articolo legge il film di Lanthimos come una meditazione su percezione, sacrificio e normalizzazione dell’assurdo, spostando lo sguardo dal racconto cinematografico alle cosmologie produttive del presente.

Sull’equinozio e sull’arte dimenticata di attraversare le soglie

Oggi abbiamo perso il senso delle soglie che ci ricordano la nostra collocazione nel cosmo. Tecnicamente avanzatissimo e ritualmente analfabeta, l'uomo occidentale cambia continuamente posizione restando, nel profondo, fermo. Eppure l'esigenza non è scomparsa: è parte costitutiva del nostro essere-umani. L'equinozio è un'offerta che ci fa l'universo. Serve soltanto lasciarsi attraversare da tre domande: da cosa mi sto separando? Verso cosa mi sto muovendo? Sono disposto a stare nel mezzo il tempo necessario? L'equinozio di primavera come metafora per riflettere sul significato dei riti di passaggio, sulla perdita del senso delle soglie nella cultura occidentale e sull'esigenza, mai scomparsa, di sincronizzare il ritmo individuale con qualcosa di più grande

L'accerchiamento

Da tempo si vocifera che siamo tornati al Medioevo. La brutalità dei nostri tempi, la violenza gratuita, le orribili guerre, il feudalesimo tecnologico, le crociate più o meno morali a cui stiamo assistendo sembrano supportare questa tesi. Per me Medioevo è tutte le volte che non usiamo la nostra intelligenza e il nostro spirito critico, accettando passivamente e pigramente ogni cosa oppure delegandola ad una macchina. Questa lirica quindi presenta la mente come una città medievale assediata dall'automatizzazione digitale.

Perché scriviamo? Per abitare, per lasciare?

Due concezioni radicalmente diverse della scrittura: la scrittura come dimora — il luogo altro che l'autore costruisce per abitarci, come in Proust — e la scrittura come abbandono, come gesto di trasformazione e affidamento, come in Foucault. Attraverso la lettura dell'intervista con Duccio Trombadori, emerge una concezione dell'opera filosofica in cui scrivere non significa depositare un pensiero già formato, ma attraversarlo fino a consumarlo — lasciandolo al mondo perché il mondo lo custodisca, liberi chi ha scritto di procedere altrove.

Intervista ImPossibile a Sigmund Freud (IIP #23)

La macchina e l’inconscio L’AI promette di analizzare comportamenti, prevedere desideri, automatizzare decisioni. Si presenta come uno strumento capace di leggere l’umano attraverso i dati, trasformando tracce digitali, linguaggi e abitudini in modelli predittivi. Ma può davvero comprendere l’essere umano? O rischia, al contrario, di ridurre la complessità psichica a un sistema di calcolo e previsione? Interrogare oggi Freud sull’intelligenza artificiale è un modo per indagare quanto dell’esperienza umana può essere tradotto in dati. Fondatore della psicoanalisi e teorico dell’inconscio, Freud ha mostrato che il comportamento umano non è guidato soltanto dalla razionalità o dall’interesse, ma attraversato da desideri, rimozioni, conflitti, fantasie e pulsioni che sfuggono alla coscienza. La sua teoria della mente - articolata tra Es, Io e Super-Io - ha incrinato l’idea moderna di un soggetto pienamente consapevole di sé, introducendo una frattura destinata a segnare tutto il pensiero contemporaneo. Oggi, a più di un secolo di distanza, l’intelligenza artificiale sembra riproporre una nuova promessa di conoscenza totale. Attraverso l’analisi dei dati e l’apprendimento automatico, le macchine sono in grado di individuare correlazioni, anticipare comportamenti, suggerire decisioni. In questa prospettiva, l’AI appare talvolta come una forma di psicoanalisi automatizzata, un sistema che classifica e prevede. Eppure la psicoanalisi non è mai stata una semplice tecnica di osservazione. Il sintomo, per Freud, non è un dato oggettivo da registrare, ma un messaggio da interpretare all’interno di una relazione. Il desiderio, una forza che si manifesta attraverso rimozioni e ritorni. Il sogno, una formazione dell’inconscio che parla per spostamenti e condensazioni. Da qui nasce la tensione tra psicoanalisi e intelligenza artificiale. Una macchina può riconoscere schemi, ma può interpretare il senso di un sintomo? Può distinguere tra comportamento e desiderio? Può comprendere ciò che nell’essere umano resta contraddittorio, non riducibile a una sequenza di dati? Questa intervista impossibile prova a immaginare le risposte di Freud di fronte all’AI, per utilizzare il suo pensiero come strumento critico nel presente. Se l’intelligenza artificiale rappresenta una delle tecnologie decisive del nostro tempo, la psicoanalisi resta uno dei dispositivi più radicali per interrogare l’idea stessa di soggetto. Mettere a confronto questi due contesti significa indagare il confine tra calcolo e desiderio, tra macchina e umano.

Leggere Gulliver nell'era dell'eccesso di confidenza digitale

Swift smontava le false certezze. Noi le deleghiamo alle macchine Leggere Gulliver nell'era dell'eccesso di confidenza digitale Nel 1726, Jonathan Swift pubblicava "I viaggi di Gulliver" non come semplice racconto d'avventura, ma come feroce satira delle certezze umane. Attraverso giganti e nani, isole volanti e cavalli razionali, lo scrittore irlandese smontava sistematicamente ogni presunzione di superiorità, quella della scienza, della politica, della ragione stessa. Tre secoli dopo, ci troviamo in un'epoca in cui quelle stesse certezze che Swift ridicolizzava non vengono più semplicemente coltivate, ma delegate. Le affidiamo agli algoritmi, alle intelligenze artificiali, ai sistemi che promettono risposte immediate a domande complesse. L'eccesso di confidenza non è più solo umano, è diventato digitale, amplificato, indiscusso. Rileggere Gulliver oggi significa ritrovare uno sguardo critico necessario. Significa chiedersi se, nel nostro rapporto con la tecnologia, non stiamo ripetendo gli stessi errori dei lillipuziani che misuravano Gulliver con formule geometriche, convinti di poterlo comprendere e controllare. Significa interrogarsi su cosa accade quando sostituiamo il dubbio metodico con la fiducia algoritmica, quando scambiamo la capacità di elaborare dati per saggezza. La satira swiftiana ci ricorda che ogni sistema che pretende di avere tutte le risposte merita il nostro sospetto più acuto.