Calogero Kalos Bonasia ha servito in Aeronautica Militare tra il 1991 e il 1995, dove ha appreso che comunicare significa distinguere il segnale dal rumore, garantire continuità informativa, preservare la tracciabilità delle decisioni. Quella disciplina è diventata il suo metodo.

Trent'anni di lavoro con organizzazioni pubbliche e private—circa cento realtà diverse—gli hanno offerto una prospettiva comparativa rara: osservare come contesti differenti affrontano gli stessi problemi strutturali con soluzioni sorprendentemente diverse. Lo guida una domanda costante: cosa accade alla memoria istituzionale quando l'informazione perde materialità?

Il suo lavoro sulla governance dei progetti non è mai stato semplice competenza tecnica: è sempre stato un modo per comprendere come le organizzazioni pensano se stesse, distribuiscono responsabilità, costruiscono—o perdono—conoscenza collettiva.

Collabora con Stultifera Navis per indagare i fenomeni digitali al di fuori dei vincoli dei periodici accademici, analizzando l’influenza della mediazione tecnica sul pensiero organizzativo.

Etiam capillus unus habet umbram suam—anche un singolo capello ha la sua ombra. Ciò che appare marginale contiene spesso le informazioni più preziose sulla struttura profonda dei sistemi.


Ritmi di sviluppo software: una prospettiva cinese per il management dei progetti IT

Chi lavora nella gestione di progetti software ha spesso come riferimento le metodologie agili nate in ambienti angloamericani. Questi approcci hanno portato valore, ma tendono a trasformarsi in schemi rigidi e poco adattabili alle reali dinamiche dei team. In Software Development Rhythms, il prof. Kim Man Lui e Wing Lam Chan propongono una prospettiva diversa, radicata nella cultura professionale cinese e basata sul concetto di ritmo organizzativo. L’idea centrale è che il ritmo emerga dalla sinergia tra pratiche diverse, armonizzate per diventare più efficaci insieme che separatamente. Il libro è strutturato in due parti: la prima introduce il concetto di ritmo e ne esplora le basi teoriche, la seconda mostra come combinarlo con approcci come Scrum, Lean, CMMI o TDD per risolvere problemi concreti. Il risultato è un testo accessibile, ricco di esempi e casi reali, che invita a riconsiderare lo sviluppo software come un processo da orchestrare, non solo da eseguire.

Dal Giappone un approccio integrato al Project Management: P2M

Viviamo immersi in un ecosistema manageriale dominato da modelli anglosassoni, spesso più attenti alla forma che alla sostanza. Manuali, slogan e metodologie “chiavi in mano” promettono risultati rapidi, ma trascurano la complessità e la profondità necessarie per trasformare davvero un’organizzazione. In questo contesto, ho scelto di esplorare prospettive non anglosassoni sul project management e sulla gestione della conoscenza. Il primo passo mi porta in Giappone, dove la Project Management Association of Japan ha sviluppato il P2M, un approccio che integra gestione dei programmi, innovazione strategica e capitalizzazione della conoscenza aziendale. Dopo aver consultato le risorse gratuite online, ho scoperto un modello che privilegia il valore sostenibile e la continuità operativa.

Furti di VIP e salvezza artificiale: chi ci crede davvero?

Un parallelo tra i furti improbabili ai danni di VIP in cerca di visibilità — come bagagli di lusso con gioielli e diamanti spariti sul treno oppure orologi da 200.000 euro persi dopo le vacanze — e le narrazioni utopistiche sull’intelligenza artificiale “benevola” che distribuirà ricchezza in modo equo. Entrambi i casi condividono lo stesso difetto: la sospensione del senso critico e l’accettazione di storie troppo perfette per essere vere. Con riferimenti ai lavori di Cathy O’Neil, Kate Crawford e Shoshana Zuboff, il testo invita a verificare, chiedere prove e diffidare delle narrazioni che promettono equità senza fornire basi concrete.

Il sapere negato. Donne, filosofia e la lunga storia dell’esclusione legittimata

Elena Cornaro, prima donna laureata in filosofia nel 1678, rappresenta un caso emblematico di sapere negato. La sua eccezionalità, anziché aprire un varco, servì a consolidare l’esclusione sistemica delle donne dalla trasmissione ufficiale del sapere. Il titolo le fu concesso, ma le fu negato ogni ruolo attivo. L’articolo ricostruisce una genealogia intellettuale di figure femminili — da Ipazia a Simone Weil — che furono ammesse al pensiero solo in forma marginale o silenziata. Un percorso critico attraverso la storia della filosofia e della cultura, dove la differenza sessuale ha agito come filtro implicito alla legittimazione del sapere.

Ontologie insorgenti. Città, codice e complessità oltre l’ordine moderno

Viviamo in un’epoca in cui l’ontologia – la domanda su ciò che esiste e conta – non è più dominio esclusivo della metafisica. Grazie a reti comunitarie, tecnologie accessibili e pratiche urbane distribuite, emergono nuovi modi di fare mondo. Ispirandosi alle riflessioni di John D. Barrow, questo articolo esplora il principio antropico come chiave per leggere non solo l’universo, ma anche città, codici e sistemi di governance. Le “leggi” che regolano l’esistenza non sono scoperte una volta per tutte, ma negoziate collettivamente, situate nei contesti. L’ontologia diventa un gesto progettuale: codificare condizioni di esistenza, proporre costanti locali, generare realtà vivibili. In questo senso, fare ontologia è oggi un atto radicale, creativo, profondamente politico.

Ontologia punk. Versioni del reale e sintesi radicali nella progettazione contemporanea

Questo articolo esplora l’ontologia come pratica critica e quotidiana, intrecciando filosofia, cultura cyberpunk e progettazione collaborativa. Non esistono dati puri: ogni realtà è una versione, una costruzione filtrata da scelte cognitive, tecniche e politiche. A partire da Kant, Yuk Hui, Mircea Florian e Franco Berardi, il testo mette in discussione l’apparente neutralità delle strutture operative e invita a riconoscere la portata ontologica di ogni atto progettuale. Ogni backlog, ogni sistema di permessi, ogni metrica è una dichiarazione implicita su ciò che è reale. Pensare ontologicamente oggi significa decostruire queste architetture e domandarsi a quale mondo valga davvero la pena adattarsi.

Macchine pensanti e pensiero umano: rileggere Louis Couffignal nell'era dell'intelligenza artificiale

Nel 1952, il matematico e ingegnere francese Louis Couffignal pubblicò un volume di dimensioni modeste ma dal titolo provocatorio: Les machines à penser. Un'espressione che, a distanza di oltre settant'anni, continua a interrogarci con rinnovata urgenza. Viviamo immersi in dispositivi che definiamo "intelligenti", eppure raramente ci soffermiamo a riflettere sul significato profondo del "pensare", né su quali aspetti di questa facoltà una macchina possa effettivamente replicare – o simulare.

Oltre l’egemonia: ripensare la coscienza a partire da altre culture (e da un’idea del limite)

In un tempo in cui la coscienza è ridotta a fenomeno misurabile e la vita umana a statistica computabile, questo saggio propone un cambio di prospettiva. Attraverso l’ascolto di voci filosofiche, scientifiche e poetiche non occidentali — dall’India al mondo arabo, dall’Africa all’America Latina — si interroga il concetto di coscienza come spazio etico e relazionale, irriducibile ai modelli algoritmici. Contro l’egemonia del pensiero tecnico-scientifico, l’articolo esplora le alternative culturali che restituiscono all’umano la possibilità di scegliere, disobbedire, proteggere. E invita a riconoscere il valore politico della coscienza come forma di resistenza.

Lasciate ogni competenza voi che entrate

In un’epoca in cui la complessità organizzativa paralizza l’azione, il metodo GE Work-Out si impone come strumento radicale e pragmatico per liberare energie e competenze. Nato all’interno di General Electric sotto la spinta di Jack Welch, questo approccio ha dimostrato come si possano abbattere burocrazie, accelerare le decisioni e valorizzare chi lavora “sul campo”. Il libro *The GE Work-Out*, scritto da tre dei suoi ideatori, racconta l’esperienza concreta di un cambiamento guidato dal basso, dove le persone propongono soluzioni e i manager decidono sul momento. Un modello ancora attuale per chi vuole rimettere al centro il sapere operativo e trasformare l’organizzazione in un organismo capace di agire, non solo di pianificare.

Figure del progetto #3 – Apprendere insieme: bisogni individuali e dinamiche collettive nella formazione contemporanea

In un’organizzazione, imparare non significa soltanto assorbire contenuti: è un’esperienza che coinvolge le persone, le loro motivazioni, il clima del gruppo. Ma cosa accade quando le dinamiche si incrinano, quando la motivazione cala e il percorso formativo sembra perdere efficacia? In questo articolo, con l’esperienza di Alessandra Grillo, entriamo nel cuore di queste dinamiche. Scopriremo come l’ascolto, la flessibilità progettuale e una leadership educativa attenta possano restituire senso al lavoro condiviso. Un viaggio nella formazione come spazio vivo, dove ogni equilibrio va costruito e ricostruito insieme, con cura e intelligenza.

Don Ferrante non basta. Dal pensiero relazionale di Riccardo Manzotti a un uso responsabile dei modelli linguistici.

Cosa distingue davvero l’intelligenza artificiale dalla coscienza umana? Partendo dalla teoria della Mind–Object Identity di Riccardo Manzotti, questo articolo propone una lettura critica dei modelli linguistici generativi come strumenti potenti ma non autonomi. Gli LLM predicono, non comprendono. Non sono cervelli alternativi, ma interfacce statistiche che vanno integrate in infrastrutture cognitive responsabili. Oltre l’entusiasmo e il negazionismo, la vera sfida è progettare un uso consapevole e tracciabile dell’IA, distinguendo prestazione linguistica da comprensione situata. Una riflessione per chi vuole pensare il digitale con rigore e senza scorciatoie.

Figure del progetto #2 – La meraviglia come strategia

Quando sentiamo parlare di design, pensiamo spesso a qualcosa di visivo, funzionale, magari elegante. Ma dietro ogni progetto ben fatto c’è molto di più: c’è un modo di osservare il mondo, di ascoltare le persone, di capire ciò che serve davvero. In questa conversazione, Frida Riolo ci accompagna dentro il suo lavoro quotidiano, dove la meraviglia, la sostenibilità e persino l’errore diventano strumenti di progetto. Partendo da un’esperienza concreta — la Fiera del Giocattolo di Norimberga — ci invita a guardare al design come a un gesto di attenzione, e forse anche di responsabilità verso il nostro tempo.

Quando un albero ci ricorda chi siamo

Nel libro Memorie di una Cipressa, Dionisio Pratelli affida a un albero il compito di raccontare la memoria collettiva di una Toscana contadina. Un’opera poetica e sobria che interroga il lettore sul senso del tempo, del linguaggio e del legame con la terra che ci ha preceduti.

Resilienza senza alibi: dal caos ritualizzato alla competenza collettiva

Resilienza nei team di progetto non è resistere agli urti, ma trasformare l’incertezza in conoscenza operativa. Provo a spiegare il mio punto di vista su come linguaggi, pratiche riflessive, regia temporale, leadership diffusa e sostenibilità organizzativa rendano un gruppo capace di apprendere mentre agisce. Dal caso software alla pubblica amministrazione, emerge un metodo per metabolizzare errori e vincoli, evitando la retorica “agile” senza sostanza. La resilienza diventa igiene del discorso, governo dei ritmi, cura dell’energia collettiva. Una critica al tecnicismo vuoto e alla resilienza di facciata chiude il quadro, con il suggerimento all'uso di metriche che misurino apprendimento, cooperazione e debito di resilienza permanente accumulato, per migliorare veramente.

Regia algoritmica e potere nell’era della decisione automatica

In questi giorni, tra i molti segnali che la rete amplifica e disperde, ho notato un ritorno insistente: la copertina gialla di Humanless. L’algoritmo egoista di Massimo Chiriatti. Alla terza comparsa, ho deciso di acquistarlo. Non perché convinto da chi lo promuoveva, quanto per capire cosa avesse davvero da raccontare l’autore, se così tante persone lo stavano rilanciando. E non voglio pensare che fosse solo per ingraziarsi in qualche modo la sua attenzione — come spesso accade su LinkedIn — ma un po’ di dubbio, lo confesso, mi è venuto. A quel punto ho recuperato dalla mia modesta biblioteca domestica anche Superintelligenza di Nick Bostrom, che avevo già letto anni fa. Due visioni, due timbri, ma un interrogativo comune: che forma prende il potere, quando smette di presentarsi come tale? A completare il quadro — o forse a disturbare l’armonia — è arrivata un’altra lettura: Gli ingegneri del caos di Giuliano da Empoli. L’ho iniziato in anteprima Kindle ma, a dire il vero, non l’ho finito. Non perché privo di contenuti, ma perché l’ho trovato poco stimolante, almeno per me.

Epistemologie dell’integrazione profonda. Conoscenza, potere e responsabilità nell’epoca biodigitale

Nel corso della mia attività con la pubblica amministrazione, ho contribuito alla progettazione di sistemi documentali aperti, tra cui la piattaforma PAFlow. Non si trattava semplicemente di digitalizzare il cartaceo, ma di ripensare le condizioni stesse della trasparenza e della responsabilità pubblica. Ogni decisione doveva essere tracciabile, ogni passaggio verificabile, ogni codice leggibile. La scelta dell’open source non fu un vezzo tecnico, ma una scelta politica: l’idea che la conoscenza amministrativa sia un bene comune, e che il codice che la struttura debba restare accessibile, modificabile, condiviso. L’altro giorno mi è capitato di sorridere leggendo l’ennesimo articolo trionfalistico sull’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione. L’entusiasmo era palpabile, ma il contenuto inesistente: si parlava vagamente della possibilità di usare l’IA per valutare i curriculum dei dipendenti pubblici, per identificare i più “adatti” a svolgere non si sa bene cosa. Nessuna riflessione sul fatto che un CV scritto male possa portare un algoritmo a scartare una persona competente. Nessuna considerazione sulla dimensione motivazionale, relazionale, umana che è indispensabile nei contesti pubblici. Solo la solita narrazione ansiogena dell’efficienza algoritmica, accompagnata dal coro dei “fuffa-guru” di LinkedIn, gli stessi che fino a ieri vendevano aria di Napoli in bottiglia e oggi propongono corsi su IA con lo stesso fervore da televendita di fanghi alle alghe. Viviamo in un’epoca in cui la produzione di conoscenza è diventata un campo di battaglia invisibile. Parlare di epistemologia — ovvero di come costruiamo e legittimiamo il sapere — è oggi un atto politico. L’articolo che segue nasce da questa consapevolezza. Perché integrare davvero significa anche destabilizzare: affrontare i conflitti tra saperi, riconoscere le esclusioni, decidere da che parte stare.

Il progetto non scritto: come si perde valore quando si tace

In ambienti dove le priorità si ribaltano a ogni sprint e le risorse cambiano posto prima di sedimentare, la vera differenza non la fa l’ennesimo badge sul curriculum, ma la mano di chi sa fissare i fatti sulla pagina. Scrivere bene significa dare forma alle decisioni, assegnare responsabilità, rendere intelligibile il ragionamento che le sostiene. È ciò che evita di rifare domani ciò che si era già deciso ieri. In un progetto vivo, l’abilità di stendere una nota chiara vale più di una collezione di certificazioni: perché, quando il framework si inceppa, è la parola precisa che mantiene la rotta, non il titolo incorniciato.

Il lavoro delle macchine, il destino dell’uomo. Automazione, potere e disuguaglianza: perché serve una nuova regia del valore

Nel discorso dominante sull’innovazione, si fa spesso appello a una promessa implicita: che le tecnologie avanzate, e in particolare l’intelligenza artificiale, possano liberare l’umanità dalla fatica, dall’errore, dalla scarsità. Si racconta un futuro dove le macchine lavoreranno al posto nostro, permettendoci di esplorare vocazioni più alte: creatività, relazione, benessere. È un immaginario seducente. Ma dietro questa visione idilliaca si nasconde un paradosso sistemico: una società senza lavoro rischia di diventare una società senza reddito, e quindi senza consumo, senza coesione, senza futuro.

Process Intelligence: dal codice alla forma, dal controllo alla conoscenza

In molte organizzazioni si automatizza prima di comprendere, si ottimizza prima di osservare. Questo articolo propone una riflessione critica maturata sul campo, a partire da decenni di lavoro nei sistemi complessi. Il focus è sulla process intelligence, non come tecnologia di controllo ma come linguaggio operativo. Grazie al process mining — e in particolare all’approccio object-centric — è oggi possibile ricostruire i processi a partire dai dati reali, rendendo visibili forme, deviazioni, relazioni e anomalie. Il risultato non è solo maggiore efficienza: è una nuova capacità di lettura e governo. Un punto di riferimento per chi vuole decidere con cognizione, agire con coerenza e progettare con lucidità.

Pensare è disobbedire. Lezioni dall’Iraq per il futuro dell’intelligenza artificiale

Cosa lega la guerra in Iraq all’odierno dibattito sull’intelligenza artificiale? Più di quanto sembri. Questo articolo esplora le analogie profonde tra il trauma decisionale post-11 settembre e le reazioni emergenziali che potrebbero accompagnare un futuro incidente legato all’AI. Sotto accusa non è solo la tecnologia, ma il nostro modo di reagire: parole vuote, governance impulsiva, efficienza senza pensiero. Attraverso uno sguardo critico e personale, il testo invita a riscoprire il valore del dubbio come forma di disobbedienza attiva. Con un riferimento chiave al libro The Stack di Benjamin Bratton.