Intervista ImPossibile a Pier Paolo Pasolini (IIP #33)

AI e l’omologazione culturale L’intelligenza artificiale interviene nel modo in cui si costruisce il senso. Non organizza soltanto informazioni; entra nel linguaggio, orienta le scelte, stabilisce ciò che qualcuno ritiene essere importante. Il potere non coincide più con un centro visibile o con un’istituzione riconoscibile; prende forma come infrastruttura diffusa, capace di operare in modo continuo e preventivo. Questo processo riguarda la cultura nel suo insieme. L’AI tende a uniformare i modi di comunicare e di immaginare. Le differenze vengono assorbite e rese compatibili, l’omologazione diventa una condizione strutturale. Pasolini aveva già descritto un passaggio simile quando parlava di “mutazione antropologica”, cioè di un cambiamento che investe coscienza, linguaggio e comportamenti sotto la spinta del consumismo. In quella fase la televisione e la pubblicità costruivano modelli comuni e producevano una cultura unica, capace di sostituire la varietà delle esperienze. Oggi l’intelligenza artificiale porta questo processo a un livello più profondo. I modelli culturali vengono generati e adattati in tempo reale, anche da noi stessi. Il potere interviene a monte delle scelte, orienta il campo delle possibilità prima ancora che una decisione prenda forma; il risultato tende verso una progressiva convergenza di linguaggi e visioni. Intervistare Pasolini in questo contesto ha un senso politico preciso, la sua analisi permette di leggere il presente a partire dal linguaggio e dai comportamenti, non solo dalla tecnica. Offre strumenti per riconoscere come il potere entra nella vita quotidiana e nella costruzione del desiderio. La sua posizione resta utile, aiuta a vedere come l’omologazione riguarda non solo i contenuti, ma le condizioni in cui si pensa e si parla. In questo senso, la sua critica consente di comprendere l’intelligenza artificiale come questione pubblica, legata alla libertà e alla possibilità di vivere le differenze.

Si può ancora parlare?

I rapporti fra gli individui sono diventati così schermati che ogni virgola fuori posto può essere percepita come un attacco distruttivo all’imperante ego di ciascuno. Il commento, la critica, il giudizio (quelli motivati, costruttivi, competenti) non hanno più diritto di cittadinanza perché vengono immediatamente percepiti come aggressioni, pregiudizi, distruzioni. Di fatto in tanti hanno talmente abolito il pensiero che non sanno più distinguere, appunto, tra un giudizio benevolo e una cattiveria. Si è proprio eliminata la capacità di giudizio.

E’ ancora possibile capirsi?

L’infrastruttura che ha guidato tutti i processi storici e sociologici è sempre stata il linguaggio; in questo senso, il linguaggio non è stato solo uno strumento, ma l’architettura attraverso cui si sono costituiti identità, istituzioni, forme di legittimazione del potere ma, soprattutto, narrazioni collettive.

Le categorie dell'osservazione. Intelligenza artificiale e produzione del visibile

Si narra di un re che, per vedere meglio i confini del regno, fece costruire torri sempre più alte. Col passare degli anni osservò che i confini si spostavano, lungo linee che le torri non avevano previsto. Cambiò le torri; i confini continuarono a spostarsi. Il re, prima di morire, confessò al successore un sospetto: che forse le torri avessero disegnato i confini, anziché mostrarli. Davanti all'intelligenza artificiale, oggi, ci troviamo di fronte a una domanda del tutto simile a quella del re.

Perché l’AI non riuscirà ad appiattire l’uomo

Vi è un timore sempre più diffuso che l’intelligenza artificiale conduca a un progressivo appiattimento del linguaggio e, con esso, dei processi di pensiero, imponendo uno stile uniforme, corretto e prevedibile (si vedano ad esempio: Kreminski, 2024; Elgan, 2025; Paschalidis, 2025; Ahart, 2026; Inoshita et al., 2026; Sourati et al., 2026). Eppure, a ben vedere, questo timore si rivela infondato: la storia e la natura stessa dell’uomo mostrano che ogni tentativo di standardizzazione linguistica e di pensiero è destinato a fallire. Anche i progetti più ambiziosi di unificazione, dalla globalizzazione linguistica fino ai sistemi simbolici universali, finiscono infatti per frantumarsi sotto la spinta delle differenze, delle interpretazioni e delle singolarità umane. Ciò che appare come rischio si rovescia così nel suo contrario: è proprio l’uomo, con la sua irriducibile tendenza a deformare, reinventare e moltiplicare i segni, a impedire che qualsiasi forma di uniformità possa davvero imporsi.

Il grande gioco dei caleidoscopi linguistici

Per molti anni di A.I. hanno parlato solo gli specialisti poi, all'improvviso, l'A.I. ha toccato il linguaggio e da quel giorno è esploso il dibattito. Anche solo questo dovrebbe indurci a pensare che le domande più profonde legate a questi cambiamenti non riguardano l'A.I., ma noi stessi. La velocità con cui sono state accolte queste nuove tecnologie, considerate ormai indispensabili per abitare uno spazio comune da cui non ci si può sottrarre, credo abbia indebolito lo sguardo critico. Nel delicato, e ancora instabile equilibrio che caratterizza l’interazione con questi strumenti, non è difficile immaginare un certo turbamento. A volte consapevolmente avvertito, spesso celato nell’eccitazione che si prova sotto l’effetto di un doping cognitivo, sorretti da un instancabile ghostwriter. Una riflessione critica su cosa significa scrivere e pensare in questa nuova dimensione.

Il bosco di plastica del linguaggio

Nel suo ultimo racconto Mille pagine, Gianluca Piattelli ci conduce in un bosco apparentemente naturale che nasconde, dietro l’illusione della vita, un mondo artificiale di plastica. Attraverso la storia di uno scrittore ingannato da un manoscritto generato dall’AI, il racconto mette in luce i dilemmi e i pericoli dell’intelligenza artificiale: la facilità con cui ci può ingannare, il rischio di confondere creatività e simulazione, e le conseguenze delle nostre ingenuità nel giudicare ciò che è artificiale. In his latest story Mille pagine, Gianluca Piattelli leads us into a seemingly natural forest that conceals, behind the illusion of life, an artificial, lifeless world of plastic. Through the story of a writer deceived by a manuscript generated by AI, the tale highlights the dilemmas and dangers of artificial intelligence: the ease with which it can mislead us, the risk of confusing creativity with simulation, and the consequences of our own naïveté in judging what is artificial.

Il cono d’ombra del linguaggio: come le parole plasmano e oscurano la realtà

Le parole non sono mai innocenti. Come osserva Carlo Mazzucchelli, “usate in modo improprio le parole diventano strumenti potenti per edulcorare la realtà, per manipolarla e nasconderla o per ricoprirla di una spessa polvere che rende impossibile riconoscerne la sua artificialità e provenienza”. In un contesto dominato da linguaggi semplificati, automatizzati e ripetuti, il rischio non è soltanto quello di dire il falso, ma qualcosa di più sottile: non vedere più ciò che le parole stesse contribuiscono a occultare.

Letteratura e linguaggio sulle spalle di Blanchot

Senza la pretesa di fornire risposte definitive, quanto piuttosto offrire spunti di riflessione a chi avrà la bontà di leggere questo articolo, provo a rispondere a quelle domande, partendo dalla visione di Maurice Blanchot, autore francese a me molto familiare. Se lo faccio è perché da una parte le conclusioni a cui giunge lo scrittore francese ovvero ad un’idea anonima, impersonale e neutra della letteratura e della scrittura mi ricordano tantissimo il livello del linguaggio odierno su ogni tipo di media (giornali, social, tv, libri); dall’altra perché come si leggerà alla fine di questo articolo, c’è una dimensione di alterità nella letteratura per la quale mi pongo da tempo la seguente domanda, circa le mie opere letterarie (poesia e prosa): chi mi legge?

3P2A episteme del Marketing

Nessuno ha ancora detto che l'intelligenza artificiale è solo compilativa. Serve alle persone per compilare le proprie teorie. Determinazione dei fatti rilevanti, confronto dei fatti rilevanti con la teoria (logica compilativa), sviluppo della teoria. Questo schema non è essere solo paradigma della scienza come indicato da T. S. Kuhn, ma, per mezzo dalla IA che in questo periodo storico è emersa con forte determinazione, logica paradigmatica delle persone.

Elogio dell’errore: perché l’arte ci ricorda chi siamo

Viviamo in un tempo in cui, sempre più influenzati dall’AI, tendiamo a imitare il suo modo di scrivere: usiamo una scrittura lineare, levigata, senza inciampi, per sembrare professionali, per non essere giudicati, per non mostrare fragilità. Una lingua che non trema, non rischia, non si contraddice. È la tentazione di una comunicazione “perfetta”, priva di fratture. Ma questa perfezione è un inganno: non ci assomiglia.