Tempi strani

Se solo abbiamo la forza d'animo di guardare con sincerità dentro noi stessi e, con coraggio, oltre noi stessi, al di fuori di noi, sappiamo perfettamente di vivere tempi strani, assurdi, costantemente sull’orlo del caos, sempre in bilico, dentro “zone critiche*” delle quali sappiamo poco o non vogliamo sapere nulla.

Il tempo. Le parole per parlarne

Molto difficile definire in cosa consista 'il tempo'. Ma ma possiamo avvicinarci in qualche modo a intendere 'il tempo' seguendo il senso di parole che, sia pur parzialmente, tentano di descriverne alcuni aspetti, in lingue diverse.

Viviamo tempi di disincanto, filosofici

L’epidemia da Coronavirus e le tante crisi che stanno ingabbiando il mondo la loro durata nel tempo e la loro astuta resilienza hanno evidenziato la fragilità di un genere umano ibridato dalla tecnologia ma pur sempre vulnerabile nelle sue interazioni con il mondo e con la natura. I potenti mezzi tecnologici messi in campo dalla scienza non sembrano bastare a contrastare le crisi in atto.

Julio Cortázar e i limiti della velocità

In un racconto di Julio Cortázar, il viaggio in autostrada: chiusi ognuno nella propria scatola, corriamo veloci in avanti immersi in un non-luogo. Se questa è la norma, l'evento è l'ingorgo stradale. Dove prima le vetture sfrecciavano, coda di automobili ferme che si snoda a perdita d'occhio. Il bloccarsi del flusso delle auto in corsa è una discontinuità sistemica. La velocità è bruscamente negata. Improvvisamente sbalzati, del tutto impreparati, in un inatteso, sconosciuto, differente spazio-tempo, ''passeggeri' costretti a scendere dall'auto e a vivere l'emergenza insieme, si riscoprono diversiNascono tra di loro nuove relazioni sociali. Quando finalmente, pian piano, le auto iniziano a muoversi di nuovo "a ottanta chilometri all'ora" verso le luci di Parigi "che crescevano a poco a poco", tutti rimpiangeranno l'esperienza vissuta. Resta aperta per tutti la domanda: "perché tanta fretta, perché questa corsa nella notte tra auto sconosciute dove nessuno sapeva niente degli altri, dove tutti guardavano fissamente in avanti, esclusivamente in avanti".

IA: velocità di accelerazione e tempo

Abbiamo tutti bisogno di tempo, ma non di tempo accelerato, lineare e macchinico al quale ci siamo tutti adeguati. Il tempo vissuto, umano, non è lineare come quello delle macchine. E' un tempo non calcolabile, illusoriamente misurabile, diacronico, esperienziale, non riducibile agli attimi che lo compongono. A pensarci bene il tempo umano è un tempo magico, soprattutto quando è capace di rallentare, fermarsi, coltivare la durata e l'attesa, sospendersi, e così facendo dandoci la possibilità di riscoprire la bellezza e la'utenticità del mondo. Ben diversa dall'autenticità artificiale generata dalle macchine.

Futuro

Il presente non è che il futuro più vicino a noi, il primo momento del tempo sul quale possiamo incidere. Il futuro è implicito nell’ora -che vuol dire ‘stagione’- che stiamo vivendo. Sta a noi portarlo alla luce. Il senso del futuro è infatti questo: 'ciò che potrà essere se sapremo fare in modo che sia'.

Cosa ci aspetta nel futuro?

Il futuro si sa è imprevedibile, incerto, dipende sempre dagli altri! Ma è ricco di avvenimenti che danno forma ad avvenire diversi ai quali ognuno può tentare di dare un senso in piena libertà.

The Generative Value of Friction in Digital Media: Neuroscience, Education, and Play

This article, first published in Journal of Digital Media & Interaction ISSN 2184-3120 Vol. 8, No. 20 (2025), pp. 105–119 DOI:10.34624/jdmi.v8i20.40175, explores the conceptual value of friction in digital interactions, opposing the dominant rhetoric of “zero friction” in contemporary design, which reduces experience to mere efficiency. The removal of friction raises fundamental questions about the nature of experience and the formation of knowledge, since human experience has historically involved engagement with the resistance of the external world — an element that stimulates attention and meaning. In digital contexts, interface design aims to maximize fluidity, minimizing difficulty and interruption. While this improves usability, it can also diminish cognitive engagement and the capacity for critical interaction, fostering a perception of the world as entirely controllable and devoid of mystery. The article argues that friction can instead constitute a generative resource, not only in videogames — where it takes the form of intentional difficulty that prompts strategic reflection — but also in learning and neuroscience, as a space for error, recalibration, and cognitive effort. The analysis proposes a conceptual framework connecting these domains, showing how friction can become a condition for learning, engagement, and transformation. Keywords: Friction; Error; Digital interaction; Transformative learning; Game-based learning; Neuroplasticity

Il paradiso artificiale dell'intelligenza

Questa mattina, mentre attraversavo la città in sella allo scooter (momento meraviglioso per pensare), mi è venuto in mente che il termine "artificiale" ha sempre avuto, fino a un po' di tempo fa, una connotazione non propriamente positiva. Allora sono andato a cercare con la memoria usi del termine: paradisi artificiali, fiori artificiali, ecc. Poi, fermo ad un semaforo, mi sono detto: "vedi, però, come cambia la percezione collettiva del linguaggio, eh? Oggi con l'AI la parola è diventata una bella parola. - sì, d'accordo, parto, scusa, scusa - era venuto verde". Beh, com'è come non è, come ormai faccio sempre, tornato a casa ho aperto Perplexity (versione Claude 4.5) e ho cominciato a conversare con lui/lei/esso su queste riflessioni, che, come al solito, si sono espanse, dilatate, trasformate, arricchite. Ed allora, sempre come mio solito, con la conversazione con Perplexity sotto il braccio (per modo di dire), ho bussato alla porta di Claude (in una smagliante e scintillante versione Opus 4.6), con cui, in due o tre passaggi, ho scritto (?), generato, prodotto, il testo che segue. Come vedrete sono nella contraddizione con tutte le scarpe.

L'Anomalia di Dieppe: Sherlock Holmes e lo Spettro Ideale

Il presente scritto costituisce la revisione critica e narrativa di un resoconto precedentemente frammentario, intitolato "Il Caso del Banchiere di Herne Bay" in Stultifera Navis. L'opera di revisione ha perseguito un duplice obiettivo: 1) Purificazione Stilistica: È stata rimossa ogni traccia di metatesto contemporaneo e ogni riferimento a intelligenze artificiali, restituendo la narrazione alla voce autentica del Dottor Watson. Il tono, le atmosfere e le dinamiche tra i personaggi sono stati ricondotti ai canoni del giallo vittoriano classico; 2) Integrazione dello Pseudospettro: Nonostante il rigore filologico, è stato preservato e integrato organicamente il concetto scientifico di "Pseudospettro Ideale". In questa versione, esso non appare come un artificio moderno, ma come l'avanguardistica intuizione teorica di Sherlock Holmes: un modello matematico di purezza minerale utilizzato per isolare le "frequenze spurie" del crimine e dell'avidità umana. Il risultato è un apocrifo holmesiano dove la fisica della materia e la logica deduttiva si fondono per risolvere l'enigma della morte di Horatio Meyer e il mistero del relitto di Dieppe.

Esperti di IA? Sì. Ma non nel modo in cui pensiamo.

Parliamo spesso di “esperti di intelligenza artificiale” come se fosse una categoria compatta, definita, stabile. Ma l’AI non è un oggetto unico: è un territorio in continua espansione, fatto di ricerca, ingegneria, orchestrazione, agenti autonomi, impatti organizzativi ed etici. In questo scenario, forse la domanda non è se gli esperti esistano, ma cosa significhi davvero esserlo oggi. In un ecosistema che evolve più rapidamente dei nostri tempi di apprendimento, la competenza non è un’etichetta definitiva, ma una posizione da abitare con consapevolezza.

Archaeological Report (Apathos)

The Coup That Changed Everything (Without Spilling a Drop of Blood) The God Who Won Without a Fight We thought the gods were dead. Turns out, they were just binge-watching. While Hephaestus gave up crafting and Athena turned her spear into a noodle tray, a forgotten deity rose from the dust under the couch: Apathos: the god of passive scrolling, ergonomic thrones, and infinite reels. No blood was spilt. No lightning struck. Just one silent decree: Leave it. It’ll generate itself.” And we obeyed. Because nothing feels better than doing nothing — especially when it comes with push notifications. Let us go to the excavation pot. Instead, we dug into the upper layers of digital debris — and found a coup. Not a violent one. Not even intentional. A quiet overthrow carried out by the only deity patient enough to wait us out: **Apathos**, the god of not bothering. While Hephaestus abandoned his forge to upgrade a remote control, and Athena traded wisdom for instant noodles and infinite scrolling, Apathos rose from the crumbs under the cosmic couch. No thunderbolts. No battles. Just the irresistible promise that nothing — absolutely nothing — needs to be done. On his throne of ergonomic foam, he rules a pantheon that has simply lain down and stayed there. Zeus checks his smartwatch for lightning updates. Artemis follows her Roomba instead of prey. And we, the mortals, kneel before the soft tyranny of convenience. This is not mythology. This is an autopsy of our attention. A chronicle of a world that didn’t fall — it reclined. Apathos didn’t conquer us. We handed him the crown the moment we whispered the most dangerous prayer of the digital age: Let the algorithm handle it.” ---